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Nome: Marco Paolisso
Alcuni dicono di me che sono un genio, altri un coglione altri ancora dicono:-Marco chi?????-
Va bè.... leggete e divertitevi...ok?
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Stefano Benni
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L'uomo vide il suo Dio. Lo osservò, incredulo della sua maestosità, con quegli occhi, affascinati e al tempo stesso terrorizzati, tipici di un adolescente che per la prima volta scopre l'amore. La bocca semi aperta, incapace di dire qualsiasi cosa, il mento puntato in alto, quasi avesse voluto farlo arrivare fino alle nuvole e le gambe indecise se abbandonarsi o meno allo stupore. La superiore immobilità della figura che aveva davanti poteva dimostrare anni di teologie e discorsi filosofici; l'onnipotenza rinchiusa in una forma concreta e reale. Poi, dopo questo primo momento di smarrimento, l'umo girò su se stesso, voltanto le spalle al suo stupore, mentre usciva da quella stanza lo si sentì soltanto dire : -Certo che, m'è venuto proprio bene.-
Luce.
Vedo le mie palpebre aprirsi lentamente; non riesco a pensare. Vedo il mio braccio, lo riconosco per via dell’orologio, probabilmente c’è appoggiata sopra la mia testa, fisso la mia mano, la apro e la chiudo più volte per assicurarmi che sia proprio la mia; ho le dita e le unghie nere, sporche come mai. Sono sdraiato, ma non è un letto, è troppo duro, non ci sono coperte, alzo leggermente il busto, c’è solo una stretta striscia di carta, larga come il mio corpo, sotto è una specie di tavola blu. Mi metto seduto, non so quanto ci ho messo, mi guardo intorno, è quasi tutto bianco; sono in un corridoio. Mi guardo addosso, sono lurido ci sono macchie su pantaloni e maglietta, ho pezzi di non so cosa attaccati hai peli delle braccia, solo ora mi rendo conto della puzza che emano. Un uomo mi parla in una lingua straniera, non so cosa dice, riesco solo a sorridere cortese, almeno ci provo, tento di dire al tizio che non lo capisco e nel frattempo mi dirigo verso l’uscita. Una strada e un edificio enorme dietro le spalle, ho freddo; devo chiamare qualcuno, mi accorgo di avere in tasca il cellulare, solo allora ricordo di avere degli amici. Mi tremano le mani ma cerco di fare il numero, c’è un messaggio non letto.
“Ci hanno detto che non potevamo restare all’ospedale. Siamo all’ostello, qualsiasi cosa chiamaci a qualsiasi ora.”
Non mi ero ancora reso conto di essere in ospedale, cerco di ricordare cosa è successo; buio completo. Faccio il numero e il telefono squilla:
-Che è successo?- mi stupisco di avere ancora la voce in gola.
-Ti sei sentito male. Arriviamo!-
-Ma che è successo? Non ricordo niente!-
-Tranquillo arriviamo subito!-
-Ma…-
Dall’altro capo sento solo il fastidioso tono dell’occupato.
Aspetto; fermo, immobile, ho paura che se mi muovessi poi i miei amici non mi troverebbero più. Continuo a guardarmi intorno, mi rendo conto di non avere idea della direzione da cui arriveranno i soccorsi; sento freddo, troppo freddo. L’attesa è indefinibile: freddo, paura, confusione e il disperato tentativo di riordinare quel caotico puzzle che è la mia memoria; giurerei di aver visto il sole tramontare due volte.
Finalmente arrivano, hanno gli occhi allegri di chi pensava già al peggio
-Oddio ragazzi ma che è successo.-
-All’uscita del locale hai cominciato a vomitare, non siamo riusciti a riportarti in ostello.-
-Ma quando? Io mi ricordo che… Oddio Ale ma tu stavi con quella ragazza e io…-
Alessandro mi guarda con la faccia a metà fra lo stupito e il malinconico
-Non importa, vai a cambiarti ora.-
Mi riaccompagnano dentro l’edificio, non voglio, quel posto mi fa paura, una paura innaturale, in fondo quello sbagliato sono io. I miei passi sono incerti, come quelli di un bambino che ha appena imparato a camminare, entro in bagno. I bagni degli ospedali sono enormi pieni di corrimano per le persone che non possono reggersi sulle proprie gambe, non hanno nulla della rassicurante intimità solita di quei luoghi; c’è uno specchio, troppo piccolo per quei metri quadri, la mia faccia è orribile, la odio, non la riconosco, vorrei riempirla di pugni. Mi cambio da bravo bambino, e metto i panni luridi in una busta di plastica. Esco ingobbito dal freddo mi lascio accompagnare verso il taxi.
Tornato in ostello ho la sensazione che tutti mi guardino, che tutti sappiano, tutti, tranne io; mi faccio una doccia, anche se l’odore non se ne va del tutto, mi sento ancora un po’ male mi sembra di aver bevuto una bottiglia di acido. Mi metto a letto, non so che ore sono, avrò visto l’orologio dieci volte ma non riesco a capire cosa vogliano dire le lancette:
-Grazie di tutto ragazzi, scusatemi ancora, sono mortificato.-
-Dormi e non dire cazzate ok?-
-Ok…. Grazie.-
Chiudo gli occhi e mi rannicchio in posizione fetale, mi sento come un bambino indifeso, anche se questo posto che conosco solo da due giorni, ora, mi sembra incredibilmente accogliente… casa.
Prego, era da una vita che non pregavo, tra me e me, quasi con le lacrime agli occhi,: Dio ti prego fa che sia tutto un brutto sogno.
Tanto lo so, che è tutto vero.
Il giovane guerriero si era fermato sull'argine del fiume per riposarsi; sotto di lui, il lento scorrere, sembrava seguire il ritmo del suo respiro. Tentò di bere, ma l'acqua, fra le sue mani, diventava rossa.
Si ricordò di essere coperto del sangue dei suoi compagni e dei suoi nemici, uguale addosso tanto da non riuscire a distinguerli.
Decise di trovare sollievo immergendosi nel fiume, così si liberò dell'armatura ormai scarlatta e scese la riva. L'acqua gli diventava intorno sempre più rossa a ogni passo; le onde, infrangendosi contro il suo corpo mutavano colore, lasciando una scia purpurea che sarebbe arrivata fino al mare. Più volte cercò di ripulirsi, ma quell’innaturale colore non lo abbandonò.
Era stanco, muoversi nell'acqua diventava sempre più faticoso. Cominciò anche a sentire l'odore del sangue, intenso e inebriante; prima non se ne era mai accorto, forse era troppo preso dall'infuriare delle battaglie. Tentò di risalire sulla riva, ma, dopo un paio di passi, si arrese alla fatica; vide le tombe che aveva scavato per gli amici e i compagni.
Per questo dunque aveva lottato? Per questo aveva ucciso, ignorando gli sguardi, imploranti pietà, dei nemici? Per questo aveva costretto il suo cuore e i suoi muscoli a un'innaturale crudeltà? Tutto quello che ora gli restava era solo un mucchio di terra smossa.
Chiuse gli occhi, ubriaco del suo stesso sangue, i piedi perdevano presa sul fondo sabbioso, come se la corrente avesse di colpo aumentato il suo ritmo. Ma non era così.
Decise che si sarebbe arreso al fiume, lui solo era degno di riuscire dove tanti uomini avevano fallito. Respirò intensamente per l'ultima volta, tenendo la mano premuta sullo squarcio nel suo stomaco, e si lasciò trascinare, allo stesso modo in cui un bambino si lascia cullare dalla madre.
Voci, solo questo.
Voci confuse, un indistinto brusio, e una TV accesa da qualche parte in lontananza; ecco cosa ho sentito prima di andarmene.
Me la sono sempre immaginato diversa (diciamo anche meglio) la mia fine; non so, magari con una donna disperata che grida il mio nome, oppure con un medico che mi batte sul petto urlandomi in faccia di non mollare.
Invece ero solo, nessuno se ne è accorto fino al giorno dopo, prima credevano dormissi. Ecco lo svantaggio di morire per strada, il venerdì sera in centro a roma: ti prendono tutti per un ubriaco; la cosa divertente è che io, quella sera, non avevo neanche bevuto. Sentivo uno strano fastidio alla pancia, non riuscivo a dormire, e così sono andato a fare un giro. Appendicite fulminante, mi sono accasciato al suolo nell'indifferenza generale, poi ho esalato l'ultimo respiro.
Non so come vi immaginate l'aldilà, però posso dirvi che non è per niente come lo descrivono, niente nuvole, niente angeli, solo un insieme di anime che si domandano quale sarà il loro posto.
Ogni tanto arriva una voce dall'alto, come quelle diffuse dai supermercati, che ti chiama e ti dice cosa fare della tua nuova eternità; non ha pareti quel luogo, niente bianco intenso, solo grigia apatia d'attesa.
Sono rimasto quì per mesi, anni, secoli, di là, nel mondo, mi è giunta voce di grandi cambiamenti: tremende guerre seguite da paci ancora più terrificanti; ma ormai, per me, sono solo parole.
Ho visto anche gente arrivare qui dopo di me e andarsene prima.
Temo solo che, anche in questo luogo, un giorno, finirò per accasciarmi al suolo nell'indifferenza generale.
Ieri, mentre ripulivo l'armadio, ho trovato il mio diario del penultimo anno delle superiori; dentro c'era un foglio scritto durante una lezione noiosa.... questo straccetto di carta non è altro che una serie di frasi sconclusionate senza un nesso logico, seguite sul retro da una piccola "pseudo poesia" e da una mia dichiarazione di infermità mentale.
Io mi sono divertito a rileggerlo e comunque.....
Non mi ricordavo di aver raggiunto un tale grado di follia!!!!
Qui di seguito riporto la trascrizione ordinata del suddetto documento
- a da passà la notte.
- e daje e daje la corda se spezza.
- Se il fiume è paludoso apriamo una beauty farm.
- vojo annà dar bujaccaro (per le lezioni di romano ripasso dopo n.d.a.)
-Viva il gioca giuè
- finchè la barca và lasciala andare....
-Anche io sono andato negli inferi : Confortevole, ma manca la tivù satellitare!!
Seconda facciata
"Giocare è dolce con la vita altrui; come Dio bambino non s'accorge del suo potere.
Vivi l'infelice percorso, senza vedere la strada su cui cammini.
Sfida il potere dell'uomo, ma rispettane sempre la vita,
perchè a te non tocca di interrompere il gioco del fanciullo."
"a distanza di 24 ore circa (da cosa non lo ricordo n.d.a.) affermo, senza ombra di dubbio, che stò veramente e inesorabilmente impazzendo, affermo, inoltre, che questo processo ha un evoluzione rapida e improvvisa e che al mio amico coniglio gigante puzza l'alito di carota!!!!"
Con questo chiudo il post senza aggiungere nientre altro se non che poteva andarmi peggio.... potevo scrivere "Tre metri sopra il cielo"....
Ti guardo negli occhi e rivivo un sogno;
mi perdo in te e nei tuoi sorrisi,
così dolci da farmi scordare ogni male di questo mondo.
I battiti del tuo cuore scandiscono i miei pensieri
ed il tuo profumo mi scuote,
con un brivido più profondo di qualsiasi altra sensazione.
Se stiamo vicini non c’è più altro;
tu, io
e il resto è vuoto.
Poterti stringere tra le braccia è una gioia immensa
che vorrei durasse tutta un’esistenza;
finché non capirai.
Ma ancora non è il momento.
Quando i nostri respiri si fonderanno in uno solo,
quando,
senza parlare,
potrò dirti tutto il bene che provo,
quando,
senza chiamarti,
verrai da me,
solo perché ti stavo pensando,
quando il grido delle nostre anime risuonerà all’unisono;
allora,
solo allora,
potrò chiamarti Amore.
Stretto nelle vie di una città non mia,
stretto nel pensiero del più totale oblio;
trovo il conforto dei più cari amici,
trovo la speranza di un'antica poesia.
Mi sono perso, e non so quando riuscirò a tornare,
ma tu aspetta, te ne prego, il giorno del mio arrivo
Dolce sogno mio
Scaglia di cielo azzurro,
su una città dipinta di storie,
una nuvola che osserva da lontano
l'evolversi di un tempo
dal colore troppo intenso,
ricolmo dei sospiri
delle sue infinite stagioni.
Luna a metà,
Culla di luce per il viaggiatore insonne;
mentre il treno cammina lento
e io chiudo gli occhi,
nel buio
dell' ultimo vagone.